FRANCO CARDINI.
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1478. LA CONGIURA DEI PAZZI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale fornita da: Amedeo Marchini.
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Presentazione. Primavera fiorentina.
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Che le cose stessero irreversibilmente cambiando, nella repubblica di Firenze tanto gelosa e orgogliosa della sua libertas,  che nella pratica significava da almeno unottantina danni, nonostante le molte e feroci lotte di fazioni, il controllo oligarchico delle istituzioni e degli strumenti elettorali per accedere ad esse, lo si era ormai capito da oltre un quarto di secolo: da quando, nel 1434, Cosimo di Giovanni de Medici era tornato dallesilio, aveva cacciato a sua volta dalla citt i capi delle famiglie del partito avversario e aveva inaugurato quella ch stata definita la sua criptosignoria, come principe di fatto che evitava per accuratamente qualunque segno esteriore del principato.
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Ma in quella primavera del 1459 ci si accorse che il clima era cambiato. Cosimo aveva gi 70 anni, et ragguardevole a quel tempo; suo figlio Piero, il Gottoso, appariva debole nel carattere e nella salute. Il vecchio padre-padrone della citt pensava a una successione solida: e non gli bastava, per i suoi discendenti e per la sua schiatta, il potere di fatto di cui egli si era accontentato.
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Tra la fine daprile e i primi di maggio del 1459 papa Pio Secondo pass per Firenze, provenendo da Roma e diretto a Mantova dovera stato da lui indetto un congresso delle potenze dellEuropa cristiana per lanciare finalmente una definitiva crociata, che avrebbe riconquistato Costantinopoli, occupata nel 1453 dagli ottomani, e proseguito poi fino alla liberazione di Gerusalemme. I fiorentini non avevano alcuna intenzione di prender parte allimpresa: ma  naturale che non potessero dichiararlo apertamente.
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Intanto organizzarono per il pontefice una splendida accoglienza, con tornei, balli, cacce, banchetti. Dopo la giostra (scontro di coppie di cavalieri che giocavano a disarcionarsi), disputata in piazza Santa Croce il 29 aprile, il ballo in Mercato Nuovo e la caccia in piazza dei Signori, si tenne un banchetto nel nuovo palazzo dei Medici, quello che Cosimo si era fatto costruire dallarchitetto Michelozzo in via Larga, non lungi dalla venerabile basilica di San Lorenzo. Era la prima volta che il palazzo di un privato cittadino ospitava una cappella, privilegio fino ad allora riservato ai principi e ai
capi di governo: al suo interno, il pittore Benozzo Gozzoli avrebbe affrescato pi tardi un tipico tema regale, la cavalcata dei magi.
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Alla fine del banchetto, al quale beninteso non era presente il papa ma partecipavano il conte di Pavia, cio Galeazzo Maria, figlio di Francesco Sforza duca di Milano e grande amico di Cosimo, e i signori romagnoli, si tenne unarmeggeria nella sottostante strada opportunamente cosparsa di sabbia e illuminata di fiaccole. Il messere dellarmeggeria, vale a dire il signore, il mecenate, lorganizzatore e il capo degli armeggiatori, che erano in numero di dodici serviti ciascuno da un ragazzo e da venticinque famigli in livrea, cio vestiti dei colori che ripetevano quelli della divisa del rispettivo signore, fu il giovanissimo nipote di Cosimo, Lorenzo di Piero.
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Il giovinetto, allora appena decenne, sfoggiava per loccasione un proprio stendardo bianco, verde e rosso (si tratta di colori molto comuni nelle gare cavalleresche, dotati di un contenuto intenso simbolico, tanto teologico quanto morale e cavalleresco) recante, ricamata, limpresa di un falcone volante doro che veniva catturato da una rete gettatagli sopra
e che spargeva attorno le penne.
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Gli armeggiatori, splendidi nella festa notturna illuminata da centocinquanta doppieri, grandi candelabri, erano i rampolli di alcune tra le pi insigni famiglie delloligarchia fiorentina del tempo: due della Luna, due Pazzi, un Portinari, un Boni, un Bonsi, un figlio di Francesco Ventura, uno di Dietisalvi Neroni. La festa era completata da un trionfo di notte, da un carro allegorico decorato e probabilmente provvisto di fuochi dartificio come in quei casi era consueto1.
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Sotto le finestre della nuova casa Medici e sotto gli occhi di alcuni nobili alleati della repubblica di Firenze, si rese allora omaggio al nipote di Cosimo che gi appariva candidato a succedere al nonno: pi di quanto non lo fosse suo padre, quel Piero detto il Gottoso, malfermo tanto di carattere quanto di salute. Quel che si festeggi, allora, fu anche la nuova dimora della grande famiglia, il palazzo michelozziano da poco eretto e non ancor terminato2.
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Quello fu il segnale che la stirpe mercantesca e bancaria nutriva ormai, nei confronti di Firenze, non un sogno, ma un vero progetto di principato. A molti membri delle famiglie che le erano fino ad allora state alleate, ci non poteva piacere. Gi lanno prima, del resto, cera stato un tentativo di colpo di Stato cui si era posto, non senza fatica, rimedio.
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Let laurenziana.
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Nel 1464 venne a mancare Cosimo, cui succedette nella pratica, poich la signoria medicea in Firenze non aveva ancora alcuna base giuridico-costituzionale, suo figlio Piero. I veneziani cercarono allora di appoggiare la fazione oligarchica in maniera che essa riuscisse a rovesciare il potere mediceo e a ricondurre Firenze allalleanza con Venezia, abbandonando quella con la Milano sforzesca.
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Cosimo aveva lasciato al figlio Piero, quale testamento spirituale, le parole da lui pronunciate due anni prima: el non se po governare un populo como se governa un particulare signore, con cui intendeva significare che i Medici dovevano ancora tener conto dellopinione pubblica e rispettare la legalit repubblicana, per quanto ormai largamente formale. Piero, da lungo tempo malato di gotta e amante pi degli studi che della politica, allinizio commise lerrore di esigere la riscossione dei crediti del padre e fu anche indebolito dalla morte nel 1466 di Francesco Sforza, che si era mantenuto fedele
amico di Cosimo.
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In quello stesso anno, tuttavia, egli riusc a sfuggire a una congiura tesa a togliergli il potere e forse addirittura a ucciderlo, ordita da alcuni patrizi con lappoggio delle truppe del marchese di Ferrara, Borso dEste. In quelloccasione, il suo adolescente primogenito Lorenzo (1449-1492) aveva dato prova di energia e di coraggio: ed era stato eletto, incostituzionalmente, in una bala, un governo straordinario che si era formato per quelloccasione. Perdonando tuttavia i congiurati, tra i quali vera Luca Pitti, vecchio fedele collaboratore del padre, Piero dava prova di magnanimit e di
saggezza, riuscendo cos a rafforzare il suo potere: nellepisodio scomparvero comunque alcuni illustri oppositori di Piero cherano stati tra i pi prestigiosi alleati di suo padre, come Niccol Soderini, Agnolo Acciaioli, Dietisalvi Neroni.
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Pi tardi, nel 1467, a Molinella, i fiorentini sconfiggevano anche i mercenari di Bartolomeo Colleoni, assoldati da alcuni fuorusciti, e concludevano una lega insieme con Milano e Napoli contro i veneziani, sospettati di aver armato la mano del Colleoni. Firenze acquistava inoltre da Genova, per 25.000 fiorini, Sarzana, Sarzanello e i castelli della Lunigiana.
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Quando, il 2 dicembre 1469, si conclusero i giorni terreni di Piero de Medici, il patriziato fiorentino si trov lacerato: alcuni propendevano per mantenere la situazione caratterizzata dal prepotere della famiglia che abitava il palazzo di via Larga, altri per il ritorno a un regime oligarchico pi allargato. A risolvere la situazione fu Tommaso Soderini, zio acquisito per parte materna di Lorenzo, aveva sposato nel 1442 Dianora Tornabuoni, sorella di Lucrezia che sarebbe lanno
successivo diventata moglie di Piero, il quale aveva riunito un buon gruppo di esponenti delle principali famiglie fiorentine nella chiesa di SantAntonio e li aveva persuasi a perseverare sulla via gi tracciata. Il giorno dopo, alcuni dei convenuti a quella riunione si recarono alla dimora medicea e chiesero al figlio maggiore di Piero di assumersi la cura della politica cittadina, investendolo in tal modo della preminenza gi goduta nel reggimento dal nonno e dal padre; nel suo ruolo egli si
sarebbe associato il fratello minore Giuliano, di quattro anni pi giovane di lui.
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Lorenzo, appena ventenne, sposo di fresco della principessa romana Clarice Orsini, era stato il primo della sua famiglia a maritarsi fuori dalla cerchia degli eminenti casati cittadini, secondo un progetto gi elaborato dal nonno Cosimo e che chiaramente intendeva far della famiglia, nel giro di un paio di generazioni, una grande dinastia principesca europea. Egli non doveva deludere le aspettative dei suoi sostenitori. Educato raffinatamente dalla madre, la colta Lucrezia Tornabuoni, di mente acuta e maniere gentili, non era bello: aveva un volto irregolare e un timbro di voce sgradevolmente nasale ma sapeva poetare, cavalcare e non era insomma affatto privo di fascino. Soprattutto, possedeva appieno le doti per affermarsi nellet in cui viveva: spiccate qualit diplomatiche, un eccellente intuito politico, un carattere forte e deciso, una certa
flessibilit che riusciva a comunicare in chi lo avvicinava unimpressione di semplicit e di schiettezza ma che, quandera necessario, si accompagnava a una durezza spietata.
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Lorenzo sarebbe passato alla storia con il titolo di Magnifico, che i fiorentini si abituarono presto ad attribuirgli e che allora si usava per qualsiasi signore o politico preminente, o anche per chiunque fornisse prove speciali di generosit (ad esempio finanziando associazioni o feste), ma che divenne per lui una specie di epiteto ordinario per la fama di liberalit di cui seppe circondarsi: sebbene, in realt, sia stato un mecenate meno generoso del padre o del nonno.
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Il Magnifico fu tuttavia un buon esponente della cultura umanistica, conoscitore del latino e del greco, poeta e scrittore; non era invece troppo portato per gli affari, che infatti trascur, con ci determinando, o comunque non riuscendo a evitare, una grave crisi nella banca medicea. Egli fu, soprattutto, un abilissimo politico: riusc a mantenersi al potere a Firenze in situazioni spesso complesse e difficili, mostrando di conoscere come nessuno lindole e le propensioni dei suoi concittadini, laristocrazia dei quali riusc a controllare costantemente; seppe anche conquistare gli strati sociali subalterni con le sue feste e i suoi tornei; e riusc a conservare, con i suoi interventi e i suoi suggerimenti, lequilibrio fra gli Stati italiani. Lorenzo  stato accusato da alcuni storici di aver impedito che la penisola fosse unificata da qualcuna delle potenze pi intraprendenti: ma si tratta di accuse deterministiche e tutto sommato anacronistiche.
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Lunit della penisola non era affatto un obiettivo politico del tempo; e quanto a Lorenzo, egli perseguiva, comera ovvio, il suo interesse e quello della sua famiglia. Daltronde, egli identificava luno e laltro con linteresse stesso della citt, di cui riusc a preservare comunque con successo lindipendenza. Il che non  poco, considerando che il punto debole della citt era la sua fragilit sotto il profilo militare, che la obbligava a forti spese per lingaggio di mercenari e ad appoggiarsi a una potenza esterna che desse garanzie di sicurezza. Casa Medici aveva scelto per questo, fin dallascesa al potere di Francesco Sforza, un alleato sicuro nel Ducato di Milano. I duchi, Francesco prima, suo figlio Galeazzo Maria poi, erano con la loro forza militare una sorta di protettori di Firenze, ma al tempo stesso erano debitori del banco Medici per
una somma che nel 1467 ascendeva a 179.000 ducati.
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I primi tempi del governo di Lorenzo (occulto s, come quello del padre e del nonno: ma sempre meno tale) non furono tuttavia semplici. Subito dopo la morte del padre egli era talmente incerto sulla situazione, che aveva immediatamente scritto al nuovo duca di Milano, Galeazzo Maria Sforza, il suo ospite durante larmeggeria di dieci anni prima, raccomandandosi allappoggio delle sue truppe. Appena insediato, dovette affrontare un complotto, con epicentro nella vicina Prato, che condusse nellaprile del 1470 allimpiccagione di una quindicina di persone, ma chera in realt solo parte di uno ben pi ampio, ordito da esuli fiorentini stabiliti in Roma, Siena e Ferrara.
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Tuttavia egli riusc, fra 1470 e 1474, sapientemente alternando corruzione, ricatto e violenza, a dirigere lelezione dei priori cherano la suprema magistratura della repubblica, a manipolare limborsamento dei nomi dei cittadini da sorteggiare per i pubblici uffici, a riempire di suoi partigiani il principale organo legislativo, il Consiglio dei Cento, a organizzare tra 71 e 74 due successive bale.
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Come cresce la pianticella del rancore.
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Gli storici hanno denominato et dellequilibrio il quarantennio tra 1454 e 1494: cio tra la pace di Lodi, stipulata dalle potenze italiche sotto lincubo della caduta di Costantinopoli in mano agli ottomani e con lincombente pericolo che il re di Francia, liberatosi dai postumi della guerra dei CentAnni, volesse far valere i suoi diritti ereditari sul Ducato milanese e sul Regno di Napoli, e leffettiva calata di Carlo Ottavo di Francia nella penisola. In realt, quel lungo periodo corrispose a una fase piuttosto instabile della situazione politica italica, caratterizzato dallalternarsi di momenti anche lunghi di tranquillit e di altri nei quali prevalevano pi o meno forti dinamiche di mutamento.
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Le congiure erano frequenti, i rapporti diplomatici instabili. Firenze si sentiva minacciata dal re di Napoli, che ostentava evidenti mire espansionistiche nei confronti della Toscana meridionale e appoggiava la repubblica di Siena. Ma era incerta tra lalleanza milanese, su cui contavano i Medici, e quella veneziana, che invece sarebbe piaciuta ad alcuni dei loro principali e pi autorevoli collaboratori: quali Tommaso Soderini, il cui prestigio presso Lorenzo era molto forte e che parteggiava anche per una politica pi flessibile nei confronti del monarca napoletano-aragonese.
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Ai primi degli anni Settanta, una nuova spinta destabilizzatrice a questa gi delicata situazione fu impressa da papa Sisto Quarto (1471-1484), il francescano genovese Francesco della Rovere, che intendeva servirsi del soglio pontificio per portare avanti una politica nepotista, tesa a sistemare, con cardinalati, vescovati e signorie di citt e di terre, i suoi congiunti.
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Sulle prime i rapporti tra il nuovo pontefice, la repubblica di Firenze e la famiglia che la egemonizzava erano sembrati molto buoni. Lorenzo aveva personalmente guidato lambasceria diretta a Roma per lincoronazione del nuovo pontefice, che aveva concesso al banco Medici il monopolio gestionale dello sfruttamento delle miniere dallume della Tolfa, appartenenti alla Chiesa, e gli aveva confermato lincarico di amministrare le finanze papali. Nel 1472, Sisto Quato aveva appoggiato Firenze nella sua sottomissione della citt di Volterra.
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Quando larcivescovo di Firenze, Giovanni Neroni, era venuto a mancare, gli era succeduto, in seguito a un accordo tra Lorenzo e un nipote di questi, il cardinale Pietro Riario. Ma qualcosa di nuovo si stava profilando allorizzonte. Il pontefice aveva concesso nel 1473 al prediletto nipote Girolamo Riario la signoria di una citt dello Stato della Chiesa, Imola, riscattata al prezzo di 40.000 fiorini dalla signoria di Galeazzo Maria Sforza duca di Milano. Nello stesso anno, Girolamo aveva sposato Caterina, figlia primogenita dello Sforza: acquisto di Imola e ricche nozze costituivano evidentemente un pacchetto politico-diplomatico attraverso il quale Sisto Quarto contava sia di rafforzare lo Stato della Chiesa
assicurandosi lalleanza dello Sforza, sia dimpiantare solidamente il nipote Riario nel giro delle potenze italiche. Il piano papale a proposito della Romagna occidentale era preciso: alcuni anni dopo, difatti, suo nipote Girolamo si sarebbe insignorito anche di Forl.
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Pu darsi che proprio queste prospettive strategico-territoriali siano state allorigine dellinimicizia tra il papa e Lorenzo in quanto gestore della politica fiorentina. La citt del giglio infatti aveva esteso ormai da tempo la sua egemonia sullarea nordoccidentale della Romagna, a ridosso dellAppennino, capoluogo della quale era Faenza tenuta dalla dinastia dei Manfredi, vassalli della Chiesa ma tributari dei Medici. Faenza si trova lungo la via Emilia, quasi esattamente a met strada tra Imola e Forl.
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Questintrusione fiorentina nelle terre della Chiesa disturbava il pontefice, ma anche Firenze era dal canto suo preoccupata per la sua politica romagnola. Difatti quando il papa si era rivolto al banco Medici, la casa creditizia di fiducia della Santa Sede, per ottenere la somma necessaria a regolare la questione imolese, Lorenzo non solo glielaveva negata, ma aveva fatto di tutto affinch nemmeno anche altre case bancarie gliela concedessero.
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Ma fu unaltra banca fiorentina, quella dei Pazzi, ad accordare al pontefice, nel dicembre 1473, la somma richiesta: e pare che dalla medesima fonte pervenisse a Sisto Quarto anche la soffiata relativa alle mosse che Lorenzo aveva effettuato per impedirgli di disporne. Intermediario della consegna del danaro dai Pazzi al papa era stato un congiunto di quella famiglia, Francesco Salviati. I Pazzi erano stati fedeli alleati del vecchio patriarca mediceo, Cosimo, e le due famiglie erano anche imparentate grazie ai vincoli della consueta politica dalleanze matrimoniali: ma ormai quel rapporto si era logorato, i tempi cambiavano e i dissapori si erano andati accumulando.
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Nel 1474 era venuto a mancare larcivescovo di Firenze, il cardinale Riario. Per la successione si era fatto avanti il Salviati, sostenuto dal papa e da casa Pazzi: ma Lorenzo ne aveva silurato con decisione la candidatura. A sua volta, il papa sostitu nel luglio del 1474 i Pazzi ai Medici come banchieri pontifici e alla fine di quello stesso anno dispose un accurato controllo dellamministrazione medicea delle miniere dallume della Tolfa, uno dei pi formidabili cespiti di guadagno del tempo.
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Ma non era tutto. Fra 1473 e 1474 si era profilata anche la crisi incentrata sul caso di Citt di Castello, centro umbro formalmente soggetto alla Chiesa del quale si era insignorito Niccol Vitelli, un condottiero sostenuto dal Magnifico: una spedizione militare pontificia condotta da un altro nipote del papa, Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio Secondo, non era valsa a riconquistare la citt. Inoltre Firenze continuava a occupare Borgo Sansepolcro, anchessa citt formalmente ligia alla Chiesa, ma che nel 1440 papa Eugenio Quarto le aveva ceduto in pegno, a fronte del prestito di 25.000 fiorini. Sia sulla frontiera romagnola, sia su quella umbra, Firenze e il papa si trovavano ora ai ferri corti.
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Ulteriore elemento di contrasto fu la questione dellarcivescovato di Pisa: il papa, aderendo, presumibilmente di buon grado, alle insistenze sia della famiglia Pazzi sia del nipote Girolamo Riario, aveva designato come nuovo presule il solito Francesco Salviati. La decisione era stata presa senza sentire il parere del governo fiorentino: il che era contro la prassi, dal momento che Pisa era soggetta a Firenze e il Salviati cittadino della Dominante. Lorenzo, che aspirava a vedere un membro della sua famiglia insediato sulla prestigiosa cattedra arcivescovile pisana, si era sentito personalmente offeso da quel comportamento oltraggioso e aveva risposto impedendo al Salviati doccupare larcidiocesi che gli era stata assegnata, nonostante lira del papa chera giunto a minacciare la scomunica dei membri della signoria fiorentina e linterdetto sulla citt.
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Si era perfino sparsa la voce che Sisto Quarto stesse pensando di concedere al Salviati il cappello cardinalizio. In tal modo, egli sarebbe diventato il cardinale di Firenze, dato che ogni potenza tendeva ad avere un suo rappresentante nel collegio dei porporati. Casa Medici aspirava da tempo ad avere un cardinale in famiglia: ma che il papa ne regalasse uno ai Pazzi, cui il Salviati era notoriamente legato, era troppo.
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Si era cos creata una situazione rovente, ma anche ambigua: tanto il papa quanto Firenze sembravano contare sullalleanza del duca di Milano, che tuttavia aveva difficolt a mediare tra loro: le questioni delle nomine ecclesiastiche e della crisi nei rapporti finanziari e fiduciari tra banco Medici e Santa Sede si erano aggiunte alla crescente tensione per la Romagna toscana, alla faccenda dellacquisto di Imola e a quelle di Citt di Castello e di Borgo Sansepolcro.
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Sisto Quarto andava frattanto elaborando una nuova politica riguardante la penisola italica, che lo conduceva molto lontano dai termini della Lega italica stipulati nellormai lontano 1454 a salvaguardia della pace nella penisola. La sua volont di destabilizzazione dellItalia centrale gli aveva suggerito un sempre pi stretto rapporto con Ferdinando Primo re di Napoli: a questo fine, egli sapeva di poter contare sul fedele e competente appoggio del suo principale vassallo e capitano di guerra, Federico di Montefeltro, che nellagosto del 1474 si era visto promuovere da conte a duca dUrbino e la cui figlia Giovanna era andata sposa a un altro nipote del papa, Giovanni della Rovere.
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Dal luglio del 1473 erano daltronde gi state celebrate le nozze tra Eleonora, primogenita di Ferdinando di Napoli, e il duca di Ferrara Ercole dEste, anchegli formalmente vassallo della Santa Sede; e nel 1474 Beatrice, sorella di Eleonora, si era fidanzata con Mattia Corvino, re dUngheria e di Boemia. Le alleanze matrimoniali della dinastia aragonese di Napoli sia con quella estense, sia con quella ungherese, venivano a ridefinire con forza lassetto dei rapporti strategici sul litorale adriatico e rivestivano un fin troppo evidente significato antiveneziano.
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Era cos accaduto che, mentre Milano, Firenze e Venezia avevano rinnovato in quel medesimo 1474 i ventennali patti della Lega italica, il re di Napoli si era recato nel dicembre a Roma, solennemente accolto, e nel gennaio successivo aveva sancito formalmente unintesa col papa. I campi erano ormai delimitati.
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Ma non senza le solite ambiguit. Lorenzo e il Riario, pur odiandosi, non avevano mai cessato di corrispondersi in modo formalmente amichevole; sia il papa, sia il suo ambizioso nipote sapevano infatti bene che il re di Napoli non avrebbe mai acconsentito a un loro eccessivo rafforzarsi in Italia centrale, dove aveva egli stesso delle mire; daltronde Aragonesi e Sforza, pur avversari, erano imparentati, poich Alfonso dAragona primogenito di Ferdinando e principe ereditario di Napoli era sposato con Ippolita Maria, sorella del duca di Milano.
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Anche per questo il papa si and progressivamente convincendo che bisognava far presto e che la politica fiorentina avrebbe potuto venir modificata in suo favore solo se il potere fosse sfuggito di mano a Lorenzo; anzi, che sarebbe stato possibile addirittura mettere le mani sulla citt rivale. Sembra chegli fondasse questa sua ipotesi, e questa sua speranza, su certe notizie che gli provenivano da Firenze e che parlavano di un forte scontento di almeno una parte della cittadinanza di fronte alla dittatura di fatto medicea. Sisto Quarto concep quindi il disegno di rovesciarne lassetto politico, determinando le condizioni per affidarne la signoria al suo stesso nipote favorito. Ci avrebbe sortito leffetto del sorgere, nellItalia centrale, di una nuova potenza controllata sia direttamente sia indirettamente dal pontefice.
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Era necessario a tal fine accordarsi con le grandi famiglie fiorentine che ormai detestavano casa Medici ed erano sempre pi insofferenti della prepotenza del Magnifico. Il piano elaborato tra Girolamo Riario e alcuni membri dellaristocrazia fiorentina, tra cui i principali erano i Pazzi, non poteva tuttavia realisticamente mirar ormai a rovesciare la situazione fiorentina attraverso pressioni politiche o alleanze tra le famiglie degli scontenti; e tantomeno a restaurare le libertates repubblicane grazie a un cambio di rotta negli organismi istituzionali, laccesso ai quali era ben custodito dai
fedelissimi di casa Medici, o a un mutar dindirizzo nelle simpatie della gente di Firenze dove la fazione medicea era profondamente radicata specie tra i ceti medi e subalterni. Ma lobiettivo sul quale alcuni membri della famiglia Pazzi puntavano era il farsi alfieri della restituzione di forza e prestigio alle casate aristocratiche che non avevano accettato legemonia medicea, o che ne erano stanche, e cherano state quindi spinte ai margini della vita politica cittadina. Ottenere qualcosa del genere non era possibile, come avevano insegnato gli episodi del 1458 e del 1466, se non attraverso un violento colpo di mano.
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La soluzione estrema, e al tempo stesso risolutrice, si fece presto strada: si trattava di uccidere il tiranno, insieme con suo fratello Giuliano che ne condivideva il potere e che appariva tuttuno con lui. Ci avrebbe decapitato casa Medici e irrimediabilmente disorientato i suoi partigiani, e lequilibrio fiorentino sarebbe stato rimesso in radicale discussione.
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Anche il papa, che pure sulle prime aveva collegato con almeno apparente rigore il suo assenso al complotto alla condizione che non si versasse sangue (ma doveva esser ben conscio egli stesso che ci non sarebbe stato praticamente impossibile), si lasci abbastanza facilmente convincere che la morte dei due fratelli fosse a quel punto un male minore.
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Un malinteso, o unambiguit, sussisteva tuttavia tra i promotori della congiura. I Pazzi miravano alleliminazione politica del potere mediceo e a un almeno parziale sconvolgimento del ceto dirigente cittadino e dei suoi equilibri: alcune famiglie esuli sarebbero rientrate in citt, qualche incerto sarebbe passato da un tiepido fiancheggiamento dei Medici alla accettazione della nuova egemonia e la repubblica oligarchica avrebbe continuato la sua esistenza sotto la guida pazziana. Il papa e il suo ambizioso nipote si ripromettevano di fare in modo che la situazione cittadina si rivelasse ingovernabile e che Firenze finisse con laver bisogno di un signore secondo un modello che si era gi affermato un po dappertutto nellItalia centrosettentrionale: in questo caso, Girolamo Riario sarebbe stato pronto a cogliere loccasione.
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La gens Pactiana.
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Ma quali erano le ragioni duna tanto forte e sempre pi esplicita ostilit tra i Medici e i Pazzi,
della quale la dura concorrenza tra le due banche per il ruolo di supporto finanziario alla Santa Sede era
non certo la causa, bens unepisodica conseguenza, per quanto di particolare gravit?
Le due famiglie avevano alle spalle un passato di forte amicizia e di stretta collaborazione, oltre
a legami di parentela diretta: Bianca, terzogenita di Piero di Cosimo il Vecchio e di Lucrezia
Tornabuoni, quindi sorella minore di Lorenzo e di Giuliano, aveva sposato nel 1459 Guglielmo, figlio
di Antonio dAndrea de Pazzi.
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I Pazzi erano una famiglia dorigine mercantile che vantava antiche radici fiesolane, come
molte altre schiatte fiorentine, ma che non aveva alcuna parentela con il celebre casato feudale dei
Pazzi di Valdarno, vassalli dei conti Guidi e per la maggior parte di fede ghibellina. I Pazzi fiorentini si
erano insediati fino dal Duecento nel sestiere di Porta San Piero, nel settore nordorientale della citt,
che poi sarebbe entrato a far parte del quartiere di San Giovanni. Le loro case erano poste tra le attuali
Borgo degli Albizzi e via del Proconsolo (lincrocio tra queste due vie era detto il canto de Pazzi);
erano magnati fieramente guelfi e avevano aderito ai primi del Trecento alla parte nera, schierandosi
in seguito tra le principali famiglie oligarchiche. Nel corso del 14esimo secolo la famiglia aveva
provveduto a costruirsi, con laiuto di mitografi e genealogisti, una storia illustre che faceva addirittura
del suo capostipite un eroe della prima crociata, salito per primo sulle mura di Gerusalemme quel
fatidico 15 luglio 1099. Le reliquie che in quelloccasione erano state portate dalla Terrasanta, tre pietre
che si dicevano estratte dalledicola del Santo Sepolcro, sarebbero servite da allora per la cerimonia
pasquale pi famosa e pi cara ai fiorentini, lo Scoppio del Carro, del quale la famiglia Pazzi era
patrona3.
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Era stato appunto Andrea di Guglielmino (1371-1445), grande amico e collaboratore di
Cosimo de Medici, lartefice principale della fortuna della famiglia dei Pazzi. Egli, sposo duna donna
di casa Salviati, aveva avviato unaccorta politica matrimoniale che avrebbe portato i suoi figli e nipoti
a imparentarsi con famiglie come i Serristori, gli Alessandri, i Giugni, i Martelli, i Niccolini, i Medici
stessi. Andrea aveva affidato a Filippo Brunelleschi la costruzione della splendida cappella Pazzi in
Santa Croce e nel 1442 aveva ospitato nelle sue case Renato dAngi, pretendente alla corona di Napoli
(e per questo abitualmente chiamato re), e ricevuto da lui la dignit cavalleresca. In ricordo di quella
visita e di quellamicizia un nipote di Andrea assunse appunto il nome di battesimo di Renato4.
Tre cose erano importanti per far parte delloligarchia che dominava Firenze: buoni rapporti di
parentela con le altre famiglie che contavano, ricchezza e accesso alle cariche pubbliche. La mancanza
anche solo di una di queste condizioni poteva determinare il fallimento e lemarginazione di un casato e
dei suoi membri. Cosimo de Medici e il figlio Piero lo sapevano bene: e difatti, assieme alla
stipulazione di alleanze familiari attraverso nozze appropriate e alla cura degli affari, avevano
provveduto in modo permanente al controllo dellaccesso alle cariche e agli organi collegiali di
governo, che da parte loro raramente occupavano in prima persona.
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Gestendo abilmente i tre successivi momenti di crisi politica che avevano affrontato, nel 1434,
nel 1458 e nel 1466, Cosimo e Piero erano riusciti con energia ma anche con prudenza a svuotare
successivamente di contenuto le libere istituzioni della repubblica di Firenze, che del resto avevano
gi subto, dopo un turbolento periodo compreso tra il 1378 e il 1382, una forte involuzione in senso
oligarchico. Dal penultimo decennio del Trecento in poi, la lotta politica a Firenze si era ristretta a un
conflitto tra opposte fazioni egemonizzate da famiglie patrizie dorigine bancaria, imprenditoriale e
mercantile ma caratterizzate ormai da un genere di vita e da ambizioni di tipo nobiliare: cos gli Alberti,
quindi gli Albizzi, infine i Medici che avevano vinto la partita. Essi dovevano per la loro preminenza
anche alla collaborazione di altri casati: quali gli Strozzi, i Pitti, i Pandolfini, i Rucellai, i Rinuccini, i
Soderini, i Salviati, i pur ricchissimi Manetti e altri, che avevano progressivamente ridotto in posizione
gregaria oppure obbligato ad andarsene o ad accettare un ruolo decisamente subalterno. Collaboratori
di questa spietata selezione, i Pazzi erano ormai, dopo le riforme succedute alla congiura antimedicea
del 1466, una delle famiglie pi in vista di Firenze.
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Da Andrea erano nati tre figli. Antonio (morto nel 1451) aveva lasciato a sua volta tre eredi:
Francesco, Guglielmo (marito di Bianca, quindi cognato di Lorenzo e di Giuliano) e Giovanni; Piero
(morto nel 1464) era famoso per avere espletato nel 1462 una fortunata ambasceria presso Luigi XI di
Francia, in seguito alla quale era stato armato cavaliere. Ma dopo la scomparsa di entrambi lammirato,
invidiato e temuto capofamiglia era Jacopo, che non aveva eredi diretti ma che era uno degli uomini pi
in vista di Firenze: a sua volta insignito fino dal 1469 della dignit cavalleresca, mentre n Lorenzo,
n Giuliano potevano fregiarsi degli sproni e dellelsa della spada dorati e del mantello foderato di
vaio, insegne cavalleresche5, abile uomo daffari, energico, prodigo, famoso per la sua passione per il
gioco (e, come sottolinea non benevolmente il Poliziano, gran bestemmiatore quando gli capitava di
perdere).
Alla lunga, nel sodalizio tra Medici e Pazzi, qualcosa non aveva funzionato. Andrea era un
potente banchiere, le societ controllate dal quale, e indipendenti fra loro, secondo il sistema dello
holding, erano presenti, oltre che a Firenze, anche a Pisa, a Roma, a Barcellona, ad Avignone, a
Montpellier e a Parigi; possedeva il principale lotto nella propriet condivisa di quattro galee, godeva di
parte dellappalto delle gabelle sul sale del Regno di Francia, riscuoteva in Europa vari contributi
destinati alla curia romana, esercitava il prestito a interesse e commerciava in tessuti pregiati e merci
varie. Tuttavia, il volume globale degli affari e il credito che i Pazzi vantavano nei confronti della
repubblica fiorentina, cio del Monte del debito pubblico, erano molto inferiori a quelli dei
Medici; e Andrea non era troppo soddisfatto del comportamento dei figli, che giudicava degli
scialacquatori, e che alla sua morte suddivisero tra loro il patrimonio familiare. Era cominciata da
allora una progressiva e inarrestabile fase declisse delle fortune dei Pazzi, che pur rimanevano una
delle principali famiglie cittadine. Attorno al 1470 Jacopo aveva avviato la trasformazione delle case
attorno al Canto dei Pazzi in uno splendido palazzo, in grado di non sfigurare nel confronto con
quello mediceo di via Larga. Tuttavia, anche a giudicare dalla denunzia catastale di Jacopo e dei suoi
nipoti nel 1469, si direbbe che le loro sostanze si fossero notevolmente ridotte; i sintomi della loro
decadenza si colgono fino dal 1462 in una lettera di una nobildonna fiorentina attenta e intelligente,
Alessandra Macinghi Strozzi, la quale scrivendo il 15 marzo al figlio Lorenzo residente in Bruges, che
aveva conosciuto Piero de Pazzi ed era rimasto impressionato dal suo fascino e dalla sua generosit,
sentenziava: chi sta co Medici sempre ha fatto bene, e co Pazzi el contradio; che sempre sono
disfatti6. Questimmagine dei Medici costantemente vincitori, e dei Pazzi splendidi perdenti, doveva
essersi pian piano affermata e diffusa in citt. E n Jacopo n i suoi nipoti erano disposti a tollerarla.
Deciso avversario dellalleanza tra Firenze e il Ducato sforzesco, Jacopo era riuscito nel 1471 a
imporre come gonfaloniere di giustizia, quindi capo del governo fiorentino, un suo uomo di fiducia,
Baldo Corsi: e Lorenzo aveva dovuto reagire, ma faticando un po a riequilibrare la situazione in suo
favore dopo lo scadere di quel mandato a lui ostile.
Dal canto suo il Magnifico avversava da tempo i suoi scomodi congiunti, impedendone, sia
pur non sempre con successo, laccesso alle cariche di governo; alternava per questa pesante politica
con piccoli segnali di distensione, secondo la sua abituale tattica possibilista. Furono tuttavia gli episodi
della perdita dei sostanziosi interessi che collegavano il banco Medici alla curia romana e della nomina
del Salviati alla cattedra arcivescovile pisana a spazzare i suoi dubbi residui circa gli ormai irreversibili
rapporti con una famiglia chera costretto a considerare rivale se non addirittura avversaria. A ci si era
aggiunta nellagosto del 75 la nomina pontificia di Antonio di Piero de Pazzi, nipote di Jacopo, a
vescovo di Sarno in Campania, su richiesta di re Ferdinando e, ancora una volta, senza preventiva
richiesta del parere del governo di Firenze su una faccenda concernente un suo cittadino. Era troppo.
Scrivendo il 7 settembre 1475 al duca di Milano, Lorenzo si esprimeva esplicitamente:
questi Pazzi mia parenti, i quali per loro natura et per essere messi su dalla Maest del re et dal
duca de Urbino, tentano di farmi quello male ch loro possibile contro ad ogni debito [...] Io far in
modo che potranno pocho offendermi et tener gli ochi aperti [...] Larcivescovo di Pisa  molto cosa di
costoro, congiunto con detti Pazzi et per parentela et per oblighi de amicitia [...] La possessione di Pisa
[...] darebbe a detti Pazzi grande reputatione et a me il contrario [...] Priego la Vostra Excellentia
aoperi s caldamente col conte Hyeronimo, et in modo che lui intenda che quella non vuole che questa
vergogna mi sia facta7.
Questo disagio, questa rabbia, questa fitta trama di esplicite o nascoste ostilit, emergeva qua e
l da segni talora in apparenza trascurabili: come appunto si era visto pochi mesi prima, quando con
una lettera del 30 dicembre 1474 il duca dUrbino scriveva a Lorenzo negandogli un cavallo chegli
aveva chiesto per una giostra e informandolo che lo aveva gi promesso a Renato de Pazzi8.
Dal breve passo di quella lettera del settembre del 75, la situazione appare chiara: sia date le
personalit politiche chegli individuava dietro ai Pazzi e ben decise a nuocergli, il re Ferdinando di
Napoli e il duca Federico dUrbino, sia dato colui chegli non nominava, ma che (e lo faceva
chiaramente capire) era a capo del fronte dei suoi nemici, il papa. Dal momento che il duca di Milano
era suocero di Girolamo Riario, che il papa stava a sua volta spingendo contro il Magnifico, questi
riteneva importante agire presso di lui affinch fosse lo Sforza stesso a intendere al giovane congiunto e
al potente zio che non era il caso di spingersi troppo oltre in quanto, essendogli il Medici devoto,
qualunque offesa gli fosse stata fatta sarebbe stata equivalente a uno sgarbo diretto contro di lui
(Priego la Vostra Excellentia aoperi s caldamente col conte Hyeronimo, et in modo che lui intenda
che quella non vuole che questa vergogna mi sia facta, et che la stima quasi che sia facta a llei propria,
essendo io tanto vostro servitore9). Nemmeno il duca pot comunque, almeno a proposito della
questione pisana, fare gran cosa: alla fine Lorenzo comprese, e lasci che la signoria fiorentina
consentisse al Salviati dinsediarsi sulla sua cattedra arcivescovile pisana. In cambio per il governo
fiorentino ottenne dal pontefice il riconoscimento formale del suo diritto ad approvare le nomine
pontificie sul territorio ad esso soggetto e quello a prelevare uningente somma a titolo fiscale dalle
tasche del clero cittadino. Erano buoni risultati, che se non altro evitavano a Lorenzo di perdere la faccia.
.
Ma nel giugno del 1476 la guerra fredda tra papa della Rovere, casa Pazzi e casa Medici
segn un passo ulteriore. Sisto Quarto, al termine di unaccurata, ma probabilmente pretestuosa, 
revisione contabile, trasfer dalla compagnia Medici alla compagnia Pazzi il monopolio sulle allumiere
papali della Tolfa. La risposta non si fece attendere: meno di un anno dopo, nel marzo del 1477, il
Magnifico fece approvare una legge De testamentis secondo la quale le eredi dirette non avrebbero
potuto ricevere le eredit, che sarebbero passate ai cugini di sesso maschile. La legge, con valore
retroattivo, e che suscit molte opposizioni, perfino quella di Giuliano, era ad personam: tendeva a
colpire infatti Beatrice Borromeo, moglie di Giovanni di Antonio de Pazzi, che avrebbe dovuto
ereditare un ingente patrimonio (i Borromeo erano fra laltro titolari di una grande banca a Bruges). Fu
probabilmente quello lepisodio che sugger definitivamente ai membri della famiglia rivale dei Medici
che le schermaglie non servivano pi, che non si poteva contendere con chi palesemente controllava il
potere cittadino servendosene senza scrupoli per i propri interessi e perfino per le proprie vendette:
lora dellazione non poteva tardare. La decisione politica acquistava ormai anche i sinistri colori della
vendetta: un dovere donore.
Daltra parte, non cera tempo da perdere. Il 26 dicembre 1476 una congiura ordita da alcuni
aristocratici lombardi era riuscita a provocare la morte di Galeazzo Maria Sforza, cui era succeduto il
settenne figlio Gian Galeazzo sotto la reggenza della madre Bona di Savoia e la tutela del saggio
consigliere Cicco Simonetta; e gi si profilava, nellinsicurezza del momento, lombra dei fratelli del
morto duca, cio di Sforza Maria duca di Bari (quindi vassallo del re di Napoli), di Ascanio e di
Ludovico il Moro. In seguito a quel delitto, Lorenzo era venuto a perdere il suo principale tutore in
campo diplomatico e militare. Che ne fosse sconvolto e che lavvenire lo preoccupasse,  cosa certa:
per quanto ci sia, nonostante tutto, da chiedersi se fosse davvero cosciente, e fino in fondo, della marea
dellodio chera ormai montata contro di lui.
Anche il fronte delle potenze favorevoli a scalzare il potere mediceo si andava rafforzando. Al
papa e al re di Napoli, appoggiati dal gonfaloniere della Chiesa e duca dUrbino Federico, andavano
aggiunti la repubblica di Siena e le casate genovesi come i Fieschi, i Fregoso e gli Adorno, che si
opponevano allassoggettamento di Genova a Milano. I senesi erano inoltre inquieti perch Carlo di
Montone cercava dinsignorirsi di Perugia, e cera da giurare che dietro di lui ci fosse la spinta della
politica tosco-umbra di Firenze.
...
.
...
Lora del sangue.
...
.
...
Il complotto prese decisa forma, a quel che pare, nellestate del 147710. Francesco dAntonio
de Pazzi, che insieme con Girolamo Riario e Francesco Salviati ne era il promotore e il principale
sostenitore, si mosse da Roma dove teneva abitualmente dimora e rientr a Firenze per informarne lo
zio Jacopo e ottenerne lapprovazione. Ma limpresa si rivel difficile: lanziano capofamiglia, pur
odiando Lorenzo con tutte le sue forze specie dopo la faccenda delleredit Borromeo, temeva
lallargarsi del consenso popolare sul quale i Medici potevano contare e dubitava della volont e della
capacit dei cittadini contrari ad essi, o incerti e disorientati, di lasciarsi coinvolgere in una
sollevazione.
Si stim allora opportuno inviare a Firenze anche un uomo darmi, Giovanni Battista conte di
Montesecco, un marchigiano al servizio della Chiesa: questi ebbe comunque loccasione di conferire
con Lorenzo nella nuova grande casa di via Larga e tra i due nacque un certo rapporto di stima e di
simpatia. Sappiamo tutto ci dalla confessione che il Montesecco forn prima di venir giustiziato: per
quanto il testo di essa, che ci  pervenuto, sia sospetto non tanto di essere stato in qualche misura
estorto, quanto di costituire il risultato di un tentativo dingraziarsi in qualche modo i suoi carcerieri11.
Comunque, il viaggio fiorentino di Francesco de Pazzi e del Montesecco valse alfine a convincere
messer Jacopo e a guadagnare alla congiura altri aderenti: Bernardo Bandini Baroncelli, membro duna
famiglia di banchieri amica dei Pazzi; Napoleone Franzesi, sodale della famiglia; Jacopo Bracciolini,
figlio del celebre umanista Poggio, che deluso nelle sue aspettative e forse animato da un sincero
spirito repubblicano aveva aderito al fronte antimediceo nel 66, ma dopo essere stato esiliato era
tornato in patria grazie ai buoni uffici dello stesso Lorenzo12; il sacerdote Stefano da Bagnone, parroco
di Montemurlo e istitutore della figlia di messer Jacopo; e un altro prete, il volterrano Antonio Maffei,
notaio apostolico. Ai confini della repubblica di Firenze erano pronti a intervenire con le loro truppe,
non appena ricevuto il segnale convenuto che il tiranno e suo fratello fossero stati uccisi, i condottieri
Gian Francesco da Tolentino e Lorenzo Giustini da Citt di Castello.
Non era stato facile arrivare a un accordo convinto a proposito della sorte del giovane,
affascinante Giuliano13: si sapeva che egli era in qualche modo costantemente plagiato dal fratello, ma
lo si riteneva concordemente molto migliore di questo sul piano umano. Era comunque un vessillo per i
partigiani di casa Medici: lidra aveva due teste, bisognava tagliarle entrambe. Si era convenuto di agire
nella Pasqua del 1478, il 22 marzo, allorch pareva che Lorenzo sarebbe venuto a Roma, ma, poich
ci non accadde, ci si acconci ad agire in Firenze e si ripieg sulla quarta domenica dopo Pasqua,
liturgicamente la Cantate, che cadeva il 19 aprile. In tale giornata erano previsti addirittura due
successivi ricevimenti, uno alla villa La Loggia di Montughi, la splendida residenza di Jacopo de
Pazzi, e una a quella laurenziana di Careggi, a quella prossima, in onore del diciassettenne Raffaele
Sansoni Riario, che nel dicembre precedente aveva ricevuto il cappello cardinalizio di San Giorgio
(cio quello deputato alla citt di Genova) e chera studente di diritto canonico a Pisa. Ma Giuliano,
indisposto, fece sapere di non sentirsi in grado di partecipare ai festeggiamenti. Tutto fu cos rimandato
alla domenica successiva, il 26, la Rogate, allorch il cardinale era stato invitato a visitare le preziose
collezioni darte custodite nel palazzo mediceo di via Larga. Era unaltra solennit liturgica importante,
la prima domenica del tempo ordinario, precedente la festa dellAscensione che si sarebbe celebrata
il gioved successivo.
I congiurati avevano individuato loccasione pi opportuna per agire nel banchetto che in
quelloccasione sarebbe stato offerto: era, quello, uno dei momenti pi propizi a un assassinio a
tradimento. Giuliano comunic tuttavia che non sarebbe stato presente nemmeno a quello, dato il
protrarsi della sua indisposizione. Stava davvero ancora male, o aveva qualche sospetto, aveva avuto un
presentimento, si sentiva a disagio? Non lo sapremo mai. A ogni buon conto, nemmeno lui avrebbe
comunque potuto esimersi almeno dallascolto della messa solenne in duomo, la mattina: daltronde,
Santa Maria del Fiore (che i fiorentini sostinavano ancora a chiamar Santa Reparata, o Liperata),
distava, e dista, poche decine di metri da palazzo Medici. Si stabil quindi, forse in fretta e furia, di
agire in chiesa, durante la cerimonia religiosa. Non era il momento migliore: anzi, la prospettiva era
quella del sacrilegio. Il delitto, anche se fosse riuscito, sarebbe stato, date le circostanze, accolto con
sdegno dalla gente, inclusi molti avversari dei Medici. E oltretutto, uccidere qualcuno in chiesa era in
un modo o nellaltro cosa di malaugurio. I continui rinvii e le correzioni imposte in fretta e furia al
piano, allultimo istante, non facevano presagire granch di buono. Insomma, il dubbio serpeggiava tra
chi aveva pur deciso di affidare al pugnale la vita, la speranza di libert, il destino di ricchezza e di
potenza della propria schiatta.
Bisognava inoltre accelerare i tempi perch cera il rischio che le truppe mercenarie ammassate
fuori dei confini della repubblica si movessero troppo presto e giungessero presso la citt quando i due
Medici erano ancora vivi. Non  chiaro, dalle fonti, quale fosse il momento preciso che i congiurati
scelsero per consumare il delitto: forse allelevazione, forse alla comunione o alla fine della messa.
Non era cosa di poco momento, anche dato il carattere simbolico che lintero dramma stava rivestendo:
snudare una lama assassina nel momento in cui il sacerdote alzava lostia o pronunziava le sacre parole
eucaristiche sembrava davvero qualcosa di orribile, di enorme. Al di l del sacrilegio cristiano si ha sul
serio limpressione di essere dinanzi allarchetipo antropologico del sacrificio. Ed  qui che il dramma
della congiura dei Pazzi diventa davvero, e in senso proprio, una Tragedia.
A Jacopo, il pi autorevole tra i congiurati, era demandato il compito di mantenersi fuori dalla
scena dello spargimento di sangue: avrebbe dovuto percorrere a cavallo le strade cittadine subito dopo
il compimento del delitto e dirigersi verso il palazzo della Signoria incitando il popolo a sollevarsi per
riacquistare la libert perduta. Era un anziano, un cavaliere; doveva personalmente mantenersi puro dal
sangue versato: la sua virile e solenne immagine sarebbe stata garanzia che la causa era giusta, che di
tirannicidio e non di assassinio si era trattato. Quasi due secoli prima, Dante aveva condannato Bruto,
luccisore di Cesare, nel pi profondo dellinferno: ma ormai i tempi erano mutati, e con essi la
sensibilit storica e morale. Nella Firenze umanistica e repubblicana, Bruto poteva ben esser proposto a
modello di virt e di eroismo. Tutto ci avrebbe dovuto suggerire agli attoniti fiorentini la cavalcata di
messer Jacopo in quella domenica daprile in cui la Chiesa celebrava il ritorno della primavera e apriva
il tempo delle Rogationes, le preghiere per la fertilit della terra. Linverno della tirannia  finito,
popolo di Firenze: torna la Libert.
Il grosso delle forze militari messe insieme in appoggio alla congiura era costituito da esperti
uomini darme perugini, travestiti da gente del seguito del cardinale di San Giorgio (del tutto ignaro
della congiura) e dellarcivescovo di Pisa. Ma il ritorno delle libert repubblicane non si poteva affidare
n alle spade straniere, n allingresso in citt di alcune centinaia di lance mercenarie. Doveva esser
chiaro che erano stati i fiorentini a scrollarsi di dosso la tirannia.
Allora stabilita per linizio della cerimonia, furono Francesco de Pazzi e Bernardo Bandini
stessi a recarsi a palazzo per accompagnare fino in chiesa Giuliano, convalescente e dal passo ancora
malfermo in quanto dolorante a una gamba. Lo abbracciarono e lo cinsero con le braccia alla vita e
sulle spalle, come per aiutarlo a camminare: in realt, per poterlo palpare e assicurarsi che, sotto i panni
di festa, non indossasse una qualche leggera corazzina o una cotta di maglia. Francesco e Bernardo si
erano accollati essi stessi, volontariamente e con feroce piacere, il compito di ucciderlo. Quello di
eliminare Lorenzo avrebbe dovuto essere invece affidato a un professionista, il condottiero Giovanni
Battista da Montesecco: ma egli, nella sua confessione, rifer di essersi rifiutato di accompagnare un
assassinio a tradimento, che gi ripugnava al suo onore di cavaliere, a un sacrilegio, poich si
trattava di versare del sangue nella casa di Dio. Questo rifiuto fu uno dei fattori, forse decisivo, del
fallimento del complotto. A colpire Lorenzo furono destinati allora i due preti, il da Bagnone e il
Maffei:  improbabile che fossero esperti nella bisogna, ma furono forse scelti perch, data la loro
condizione, si stimava che lavvicinarsi al Magnifico, chera sempre attorniato da amici, forse da
qualche guardia del corpo, fosse per loro meno difficile. Non pare che i due religiosi si lasciassero
scuotere dinanzi alla prospettiva del duplice sacrilegio che si chiedeva loro, ammazzare qualcuno in
una chiesa e farlo pur essendo preti, quindi persone alle quali era sacramentalmente vietato impugnare
armi e spargere sangue. Invece un cronista, Piero Parenti, ci riferisce che il Montesecco si accompagn
a Lorenzo prima di entrare in chiesa. Era pentito? Si sentiva a disagio perch il suo incontro con il
Magnifico nellestate precedente lo aveva in qualche modo conquistato? Aveva avuto la tentazione di
metterlo in guardia?
Data la discordanza delle fonti,  impossibile capire che cosa sia davvero accaduto poi, in quei
pochi, tumultuosi minuti. Pare che al segnale convenuto, probabilmente era lIte missa est, quando
la tensione dei fedeli dopo la cerimonia sacra si allenta e c sempre un po di confusione, il Bandini
si scagliasse su Giuliano ferendolo gravemente, mentre Francesco de Pazzi lo colpiva con una
gragnuola di pugnalate e con una tale furia che fer anche se stesso, e in modo serio, a una coscia.
Intanto Lorenzo, che si trovava non lontano dallaltare, fu assalito alle spalle dai due preti: ma fosse la
loro imperizia, fossero le grida provenienti dalla parte della chiesa dove Giuliano cadeva in una pozza
di sangue o qualcosaltro, il fatto  chegli trov tempestivamente modo di reagire. Ferito solo di
striscio al collo, ebbe il tempo di avvolgersi il mantello al braccio sinistro e dimpugnare la daga,
mentre gli amici facendogli scudo lo sospingevano verso la sacrestia nuova, a nord dellaltare. Uno
dei suoi collaboratori pi fedeli, Francesco Nori, ebbe lo stomaco trapassato dal pugnale del Bandini il
quale, colpito Giuliano, sera gettato come una furia anche su Lorenzo.
Non  escluso che a salvare allultimora il Magnifico fosse, un istante prima che balenassero le
lame delle daghe, linaspettato e inconsulto agitarsi di suo cognato Guglielmo de Pazzi, marito di
Bianca (e fratello di Francesco), il quale pare si mettesse dun tratto a gridar disperato di essere
estraneo a tutto quel che stava accadendo. Era al corrente da tempo della congiura, ma si era pentito o
impaurito allultimo momento? Lo avevano informato l, su due piedi, e aveva rifiutato di starci? Era
davvero innocente? In effetti, non dovevano troppo fidarsi di lui data la sua stretta parentela con la
vittima designata: pu darsi che, ignaro ma coinvolto nel parapiglia, abbia perso la testa e non abbia
trovato di meglio che gridar disperatamente la sua innocenza.
Un altro chera molto probabilmente, per non dir di sicuro, alloscuro di tutto, il giovinetto
cardinale, si rifugi impaurito e confuso presso laltare; rest l, un povero mucchio tremante di
ricchissimi cenci, finch i canonici del duomo non provvidero a tirarlo su e a trascinarlo verso la
sacrestia vecchia, a sud dellaltare. Lorenzo e i suoi riuscirono a occupare quella nuova, dal lato
opposto, e a barricarvisi dentro: col Magnifico e il povero Nori, che spir quasi subito, cerano Antonio
Ridolfi e il Poliziano che, secondo una tradizione molto celebrata e rispondente forse alla realt, fece a
tempo a chiudere i pesanti battenti della porta in faccia agli assalitori e alle loro daghe.
Ma lassedio in sacrestia dur poco; quelli che vi si erano asserragliati poterono uscirne quasi
subito, perch la chiesa si era intanto svuotata dincanto e lunico a rimanervi fu, sul pavimento, il
cadavere di Giuliano immerso nel suo sangue. Non sappiamo per quanto tempo vi rest. Tutti gli
astanti, congiurati compresi, erano fuggiti di corsa, accalcandosi verso le uscite. Francesco de Pazzi
usc evidentemente dalla porta laterale sud, volt a sinistra e raggiunse in pochi minuti il palazzo di
famiglia, nonostante la ferita alla gamba lo facesse seriamente zoppicare e lasciasse una scia
insanguinata; suo fratello Guglielmo fece lo stesso, dirigendosi per dalla parte opposta, a nord, verso il
palazzo di via Larga dove pu darsi si trovasse sua moglie Bianca. Poi arrivarono gli amici e i
sostenitori di Lorenzo, armati, che lo scortarono fuori dalla chiesa e tutti insieme si diressero verso le
case dei Medici.
Jacopo de Pazzi e larcivescovo Salviati si erano appena affacciati in chiesa. Il prelato si
diresse verso il palazzo della Signoria accompagnato da alcuni collaboratori sicuri e da una trentina di
uomini armati, pare fuorusciti perugini. Essi riuscirono a penetrare nelledificio, ma la loro
disorganizzazione o la scarsa conoscenza della disposizione interna delle sale e delle scale valse a
perderli. Larcivescovo sincontr con il capo formale del governo fiorentino, il gonfaloniere di
giustizia Cesare Petrucci, sostenendo di avere un messaggio per lui: ma il suo comportamento fu
talmente goffo e impacciato da insospettire il funzionario, che chiam subito a gran voce le guardie e
corse ad armarsi insieme con i priori. Intanto, incidentalmente, incontr e cattur anche Jacopo
Bracciolini, che era entrato al seguito dellarcivescovo e aveva indosso delle armi, ma doveva aver
laria duno che si sentiva piuttosto spaesato. Si fa presto a legger di Bruto nel quieto silenzio duno
studiolo con i suoi codici miniati: il sangue, il sudore, le grida di rabbia e dangoscia sono unaltra
cosa. I pugnali di carta sono puri e immacolati, quelli dacciaio sono duri e freddi; e il sangue innocente
sporca al pari di quello colpevole.
.
Il resto del gruppo armato che accompagnava il Salviati si era intrappolato da solo nella sala
della cancelleria e fu facile catturarlo. Tutta la scena dellinvasione del palazzo della Signoria sarebbe
stata in s comica, una brancaleonica sequenza di gaffes; ma il contesto era tragicamente serio. Il
gonfaloniere dette ordine di far suonare a stormo le campane cittadine. Era il tradizionale segno di
pericolo e di raccolta: un suono terribile, disperato, di quelli che prendono alla gola, fanno impazzire il
cuore, rimbombano nelle viscere. Frattanto la notizia di quel chera accaduto in cattedrale, senza
dubbio con tutte le deformazioni del caso, correva ormai di bocca in bocca.
Il piano dei congiurati prevedeva che, mentre i due odiati fratelli esalavano lultimo respiro stesi
sul pavimento della cattedrale e il palazzo della Signoria veniva occupato e presidiato dalla gente
dellarcivescovo, messer Jacopo de Pazzi avrebbe corso a cavallo le strade del centro cittadino al
fatidico grido di Popolo e Libert!, guidando una cinquantina o un centinaio darmati che avrebbero
a loro volta presidiato il palazzo dallesterno. Ma i sopraggiunti furono respinti dalla gente dei priori,
che aveva avuto il tempo di riorganizzarsi, teneva saldamente prigionieri quelli del seguito
dellarcivescovo e si mise a scagliare dallalto contro quelli di Jacopo ogni sorta di proiettili. Nessuno
ha mai capito perch, appena udito il suono delle campane, non si sia presentato nella piazza della
Signoria il responsabile dellordine pubblico cittadino, il podest, che risiedeva nel vicino palazzo (il
Bargello) e aveva i suoi armati a disposizione. Forse il funzionario prefer indugiare per capire meglio
come si stessero mettendo le cose. Forse fu colto di sorpresa e manc di prontezza. Forse sapeva
qualcosa, perch uno dei principali e irrisolti aspetti di tutta questa faccenda  la cattiva organizzazione,
le esitazioni dei congiurati, i continui rinvii. Che cosera trapelato alla vigilia, sia pur sotto forma di
voce incerta, di vaga diceria?
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Comunque, intanto i filomedicei avevano avuto il tempo di organizzarsi: alcuni erano corsi in armi a presidiare il palazzo di via Larga, dove si erano per accorti presto chesso non correva pericolo alcuno; altri fronteggiarono i partigiani dei Pazzi, rispondendo al loro Popolo e Libert! con il celebre Palle, Palle, Palle!. I venturieri che avrebbero dovuto convergere su Firenze dallesterno non ce la fecero: forse non sapevano bene che cosa fare e furono addirittura messi in fuga dai contadini che si erano armati alludire il suono a stormo delle campane di citt. Molti di quelli che si erano introdotti
nel palazzo della Signoria vennero gettati, vivi o morti, dalle finestre nella piazza sottostante, dove furono spogliati e fatti a pezzi dai partigiani medicei, o comunque dalla folla, in mezzo alla quale doveva essersi subito intrufolata la teppaglia che va a nozze in occasioni come questa.
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Si erano frattanto riuniti gli Otto di Guardia e Bala, il temuto collegio di magistrati preposti allordine e alla
giustizia contro i crimini politici, che avevano avviato unimprovvisata procedura durgenza: Francesco de Pazzi, catturato nudo nel suo palazzo, dove stava medicandosi la ferita, Francesco Salviati, suo fatello Jacopo e il Bracciolini furono impiccati alle finestre del palazzo o a quelle della loggia dei Lanzi. Negli spasimi dellagonia, o in un impeto di rabbia disperata, larcivescovo morse ferocemente il petto del banchiere: tale, almeno, la testimonianza del Poliziano. Il fiero Francesco rimase nudo per tutta la durata del breve processo, e pare non abbia proferito parola; a differenza  dellarcivescovo, tremante e atterrito, che rese una confessione confusa ma completa.
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Si avvi con quelle sommarie impiccagioni, avvenute nel centro del potere cittadino affinch ne fosse esaltata lesemplarit, una lunga teoria di feroci violenze, non inusuali del resto in tempi di rivolta o di sommossa. Si calcola, con tutta lincertezza del caso, che tra il 26 e il 27 morissero unottantina, forse un centinaio di persone, coinvolte nella congiura, o presunte tali, o innocenti ma in qualche modo collegabili ai congiurati: appese alle finestre del palazzo della Signoria o di quello del Bargello oppure linciate e fatte a pezzi per strada.
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Bande di partigiani medicei, specie di fanciulli, cio di ragazzacci scatenati e inferociti, giravano esponendo su bastoni o su picche teste o lacerti di gente ammazzata. Il giovinetto cardinale di San Giorgio, pi morto che vivo di paura, fu condotto al palazzo della Signoria scortato da due membri del Consiglio degli Otto. La folla cerc dassalire anche lui e infier sul suo seguito: un paio di preti, due poveri ragazzi del coro, alcuni paggi, furono tutti assaliti, denudati e
mutilati. Il cardinale rimase circa un mese e mezzo ostaggio della signoria. Tutta la famiglia dei Pazzi venne ritenuta in blocco coinvolta nella congiura e quindi colpevole: Renato di Piero, che (forse sapendo qualcosa e volendo restare estraneo alla faccenda?) era partito il sabato 25 per la sua villa di Trebbio nel Mugello e, il 27, si era travestito da contadino per fuggire non si sa verso dove, venne catturato e impiccato.
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Guglielmo dovette la vita al fatto di essersi rifugiato nel palazzo del cognato Lorenzo, e forse alle suppliche di sua moglie Bianca presso il fratello: ma fu subito bandito. Antonio vescovo di Sarno, che non era presente a Firenze, fu condannato in contumacia allesilio; i suoi fratelli Galeotto, Giovanni, Andrea e Niccol, giovanissimi o addirittura ragazzi del tutto estranei al complotto ma dichiarati colpevoli sulla base del pregiudizio secondo il quale non potevano non sapere, vennero
imprigionati e quindi tradotti nella fortezza di Volterra.
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I due preti, il Maffei e il da Bagnone, si rifugiarono presso i monaci benedettini della bada fiorentina, proprio di fronte al palazzo del Bargello, ma furono catturati il 3 maggio, presi a botte, privati delle orecchie e dei nasi che furono loro tagliati in segno di spregio mentre venivano trascinati al cospetto degli Otto che subito li fecero impiccare; gli stessi monaci che li avevano nascosti furono minacciati e poco manc che non venissero assaliti. Giovanni Battista da Montesecco tent la fuga, ma fu catturato; pronunzi una dettagliata confessione leggermente autoapologetica ma che nel complesso
sembra onesta e, in quanto cavaliere, ricevette il 4 maggio una condanna pi onorevole. Il suo rango, difatti, gli dava il diritto di venir giustiziato per effusionem sanguinis, come in battaglia. Fu difatti decapitato dinanzi alla porta del Bargello.  probabile che Lorenzo abbia avuto salva la vita soprattutto a causa degli scrupoli del condottiero marchigiano o della simpatia che egli aveva saputo suscitare in lui durante lincontro di qualche tempo prima: c da chiedersi se non abbia mai pensato di salvarlo in qualche modo a sua volta, o se il trattamento pi umano che gli fu riservato non sia in effetti il segno della gratitudine del Magnifico.
.
Dal 26 aprile al 4 maggio, la citt era stata per nove giorni preda di unorgia dincontenibile
violenza, durante la quale, tuttavia, le magistrature ordinarie avevano svolto, sia pure in condizioni
demergenza e sotto la presumibile spinta popolare, il loro ufficio.  poco credibile che la situazione
fosse del tutto sfuggita di mano al governo cittadino e tale rimanesse tanto a lungo. Evidentemente,
Lorenzo aveva lasciato freddamente che la folla dei suoi sostenitori sfogasse la sua rabbia e la sua
voglia di sangue e che per nove giorni massacrasse, rubasse, saccheggiasse, insomma facesse piazza
pulita degli avversari e intimidisse quelli destinati a sopravvivere.
Messer Jacopo era riuscito a fuggire. Lo trovarono il 27 aprile a Castagno, il piccolo villaggio di
montagna presso San Godenzo che aveva dato i natali al grande pittore Andrea e che oggi ne reca,
come attributo, il nome. Pare che Jacopo offrisse del danaro a chi lo cattur, non troppo, quello che
aveva indosso, perch lo lasciassero fuggire o gli consentissero di suicidarsi. Lo picchiarono
selvaggiamente: non era pi in grado di camminare il 28 aprile, quando, dopo aver reso a sua volta
una confessione, che non ci  stata conservata, fu appeso alla stessa finestra dalla quale due giorni
prima avevano oscillato i corpi di suo nipote Francesco e dellarcivescovo Salviati. I partigiani dei
Medici, sfruttando la sua fama di gran bestemmiatore, fecero circolare la notizia che morendo egli
avesse affidato lanima al diavolo. Ad ogni modo, fu consentito che il suo corpo fosse sepolto nella
cappella di famiglia, in Santa Croce: pu darsi che ci sia avvenuto in seguito allintervento di sua
nipote acquisita Bianca presso il fratello Lorenzo, o forse Jacopo rese la sua confessione agli Otto in
cambio del permesso di poter ricevere decorosamente i conforti religiosi e di poter contare su una
degna sepoltura. Non lo sappiamo. Ma non fu consentito a nessuno di preparare il cadavere: lo
seppellirono comera stato tirato gi dalla forca, col cappio ancora al collo.
Pu essere molto piovosa, la primavera fiorentina. Nei quattro giorni successivi allesecuzione
della condanna di messer Jacopo caddero sulla citt e sui dintorni inusuali, torrenziali piogge, che
misero in serio pericolo i raccolti ormai prossimi. La pioggia di primavera  consueta e in genere
benvenuta, ma quella eccessiva  dannosa e pu addirittura esser paurosa. Quella domenica 26 aprile,
proprio allinizio delle Rogationes, era stata contaminata dal sangue versato in cattedrale; il sacrilegio
aveva maledetto la terra.
Qualcuno avrebbe potuto tuttavia pensare a un segno dellira divina per tutti quegli omicidi, per
tutta quella ferocia, per quella voglia di vendetta che sembrava inesauribile. La propaganda di casa
Medici prevenne la circolazione di voci del genere: dalle campagne si riversarono spontaneamente
dei contadini irati perch era stata commessa unempia profanazione, un assassino e bestemmiatore era
stato sepolto in terra consacrata e ora Dio puniva cos la terra di Firenze. I frati francescani di Santa
Croce, che forse in quanto religiosi, e dello stesso ordine di Sisto IV, si sentivano a loro volta ancora
poco sicuri, dal momento che ormai il fatto che il mandante della congiura fosse il papa era sulla bocca
di tutti, accettarono di riesumare il cadavere di Jacopo dalla cappella di famiglia che stava nel chiostro
del loro convento: e gi questa circostanza li metteva in cattiva luce. Il capo della famiglia assassina fu
sepolto in terra sconsacrata, fuori Porta alla Giustizia, dove cerano le forche. Ma il luogo, che aveva
gi sinistra fama, e avrebbe continuato ad averla, fin quasi ai giorni nostri, cominci a divenire a
quanto pare teatro di foschi e inspiegabili fenomeni, di rumori paurosi, di manifestazioni considerate
diaboliche. Pochi giorni dopo, verso il 20 maggio una banda di ragazzi si diresse verso la fossa comune
degli scomunicati, ne trasse il cadavere ormai in avanzato stato di decomposizione e lo trascin per il
cappio che gli pendeva dal collo in una macabra parodia di viaggio trionfale attraverso le vie cittadine, 
gridando alla gente di spostarsi e di far largo al nobile cavaliere, fino al portone di casa Pazzi, che
cominci a percuotere usando quei poveri resti come ariete; quindi strascic quel che rimaneva del
corpo fino al ponte di Rubaconte (ora alle Grazie), dove fu gettato in Arno. Ma non era finita l. Il
cadavere fu seguito lungo il tragitto a filo della corrente e sottoposto ad altre profanazioni prima di
giungere al mare.
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La guerra dei Pazzi e le conseguenze della congiura.
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Le violenze dei giorni successivi alla congiura erano state una vera e propria, lunga
Kristallennacht. Poco in tutto ci pu esser considerato, in realt, spontaneo; e meno ancora
incontrollabile. Se era vero che i Medici godevano in citt di un notevole consenso, era non meno
vero che molti erano i loro avversari, e che, come sempre in questi casi, la maggioranza dei circa
45.000 fiorentini del tempo era fatta di partigiani piuttosto tiepidi o indecisi delluna o dellaltra parte, e
dindifferenti o quasi, o comunque di gente abituata a guardare ai fatti politici, come si dice, dalla
finestra. Quei giorni, che la propaganda del Magnifico si affrett a presentare come caratterizzati da
unincontenibile, e sia pur riprovevole, ira popolare, furono in realt segnati da un freddo progetto
intimidatorio nei confronti di qualunque residuo oppositore presente o futuro del regime. Si collaud in
tal modo una misura politica e propagandista non certo estranea (al contrario!) alla societ comunale
del nostro Medioevo, ma comunque molto moderna: il Terrore.
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Ci  tanto pi vero perch, nei giorni stessi nei quali simpiccava, si linciava, si scatenava la
caccia alluomo per le strade, gli organi cittadini di governo lavorarono alacremente per colpire lintera
famiglia dei Pazzi della damnatio memoriae spettante ai rei del crimen maiestatis, ai colpevoli di alto
tradimento nei confronti di un principe: e ci a dispetto del fatto che Lorenzo e la casa Medici fossero,
formalmente, dei semplici cittadini. Tutto quel che poteva ricordarla fu distrutto o confiscato e venduto
tra il maggio e il giugno, ancora prima della sentenza formale che fu emanata solo il 4 agosto
successivo. Intanto, il 23 maggio, era stata promulgata una legge secondo la quale tutti i membri
sopravvissuti della famiglia erano obbligati a mutare cognome e arme araldica, pena il venir considerati
ribelli e trattati di conseguenza (limpunit era difatti garantita a chiunque uccidesse un ribelle);
chi accettasse di legarsi con vincoli matrimoniali a un membro della famiglia condannata avrebbe
ricevuto a sua volta lammonizione, cio lesclusione dai pubblici uffici; infine, il pittore Sandro
Botticelli, artista della sicura cerchia medicea, ricevette 40 fiorini doro per dipingere in bella vista su
un palazzo pubblico, secondo i canoni della pittura infamante, i ritratti dei congiurati dellaprile. I
provvedimenti riguardanti i matrimoni sarebbero stati tuttavia rivisti negli anni immediatamente
successivi, anche a causa della loro palese illegalit; mentre la condanna che imprigionava a vita nella
torre di Volterra i giovani figli di Piero de Pazzi fu commutata nel 1482 nellesilio a vita.
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Lultimo atto dellesplicita vendetta di Lorenzo riguard il destino di Bernardo Bandini Baroncelli, che aveva di propria mano ferito forse mortalmente Giuliano, assalito Lorenzo e ucciso il Nori che aveva fatto del suo corpo scudo al Magnifico. Bernardo si rifugi a Napoli e probabilmente con lassenso del re simbarc su una galeazza aragonese che lo condusse a Istanbul, dove aveva dei parenti. Ma il sultano Mehmed Secondo, senza dubbio su richiesta della signoria di Firenze, se non
personalmente di Lorenzo, lo fece arrestare nella primavera del 1479 e garant di tenerlo in carcere. Fu allora spedito da Firenze, nel luglio, alla corte sultaniale un ambasciatore, Antonio de Medici, con ricchi doni e lincarico di farsi consegnare il criminale. Cos avvenne: alla fine del dicembre, il Baroncelli pendeva da una finestra del palazzo del podest14. Lepisodio sinquadra in una serie di avvenimenti incentrati su un fitto scambio di cortesie tra Firenze, Venezia, Napoli e Istanbul; e intanto Lorenzo aveva effettuato alla fine del 1479 il suo famoso viaggio a Napoli per ottenere da Ferdinando Primo una pace separata nella guerra che, come vedremo, segu allattentato e alla sua repressione. Tale pace fu firmata il 13 marzo 1480.
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Difatti, la reazione di Sisto Quarto agli eventi fiorentini dellaprile 1478 non si era frattanto fatta
attendere. Nel maggio, tutti i mercanti fiorentini residenti in Roma vennero colpiti da un
provvedimento che proibiva loro di lasciare la citt. Il Primo giugno fu emanata la bolla di scomunica
contro Lorenzo e i governanti di Firenze per lassassinio di un arcivescovo e di alcuni sacerdoti e per la
detenzione di un cardinale. L8 giugno il papa offr la remissione di tutti i peccati e lindulgenza
plenaria a chiunque avesse impugnato le armi contro Firenze: era praticamente una bolla di crociata,
per quanto non simpiegasse tale termine. Il 22 giugno fu scagliato linterdetto sulle diocesi di Firenze,
di Fiesole e di Pistoia: ci comportava lordine al clero locale di sospendere qualunque servizio religioso.
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Tuttavia, il papa teneva a sottolineare il suo paterno, sollecito, accorato affetto per la citt di
Firenze e i fiorentini: tutti i mali dipendevano dal fatto chessi si erano dati a un loro malvagio ed
empio concittadino, consentendogli di diventare tiranno. Se lo avessero deposto e cacciato,
recuperando la libert e restaurando la legalit istituzionale, tutto sarebbe stato dimenticato.
La situazione era delicata, anzi drammatica: la scomunica poneva i fiorentini alla merc di tutti i
cristiani, che avrebbero potuto impunemente colpirli e spogliarli. Ma Lorenzo, in parte facendo appello
alla dignit ferita e al patriottismo cittadino, in parte utilizzando spregiudicatamente la violenza e
lintimidazione dei suoi partigiani, indusse la citt a resistere. Una Florentina Synodus del dotto
istitutore del Magnifico, Gentile Becchi, sincaric di rispondere al papa, mentre il governo obbligava
il clero cittadino a ignorare linterdetto. Nella guerra che segu, e che fu appunto detta guerra dei
Pazzi, Firenze, attaccata dal papa, dal re di Napoli, della repubblica di Siena e dal duca dUrbino, 
pot giovarsi dellappoggio di Milano, di Venezia e del duca Ercole dEste che accett di divenire
capitano generale delle truppe fiorentine. Anche il re Luigi 11esimo di Francia si schier al fianco di
Lorenzo, per quanto al sostegno diplomatico non accompagnasse alcun impegno militare.
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La guerra in effetti non andava bene per Firenze, ma il Medici riusc a districarsi con abilit
diplomatica: poich gli era impossibile recarsi a Roma, presso il papa, e chiarirsi con lui (temeva
difatti, se lo avesse fatto, per la sua vita), scelse invece la carta di un audace viaggio a Napoli, come si 
gi accennato: ne scatur quella pace alla quale acconsent, sia pur contrariato, lo stesso papa. Le
condizioni di pace nei confronti di Firenze, durissime, vennero moderate dalle conseguenze dello
sbarco dei turchi a Otranto, nellagosto del 1480, che obblig il papa a chiamare a raccolta tutte le forze
italiche per fronteggiare il nuovo pericolo15. Lepisodio di Otranto fu provvidenziale per Firenze, la
quale pot cos risolvere molto pi facilmente le questioni che la precipitosa pace aveva lasciato
sospese. Qualcuno ha pensato perfino che si sia trattato di un episodio troppo provvidenziale e si 
chiesto se non ci fosse dietro unocculta manovra diplomatica ordita tra Istanbul, Venezia e Firenze.
In tutta la vicenda della guerra dei Pazzi, pi che le alleanze militari o gli scontri bellici,
avevano contato labilit e il genio di Lorenzo il quale, senza perdersi danimo, comp il capolavoro
della sua carriera politica: recatosi, infatti, personalmente alla corte del re napoletano-aragonese, lo
convinse dei pericoli che le mire papali costituivano per il suo stesso Regno e riusc a staccarlo
dallalleanza, costringendo in tal modo Sisto IV, restato solo, a concludere nel 1480 la pace. In quello
stesso anno, forte del successo riportato in politica estera, Lorenzo poteva rafforzare anche la sua
posizione nel regime fiorentino, grazie al nuovo Consiglio dei Settanta, che avrebbe dovuto approvare
preliminarmente tutte le proposte di legge, da sottoporsi poi ai Consigli ordinari, ed eleggere le
principali cariche del governo.
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La morte di Maometto Secondo, nel 1481, sembr diradare le ombre costituite dal pericolo turco. Ne
approfitt immediatamente Venezia, che fino ad allora era stata assorbita da quella grave minaccia e
che riprese il progetto di espansione in terraferma, minacciando stavolta il Ducato estense di Ferrara
che era feudo della Chiesa. Ne deriv un conflitto durato due anni, dal 1482 al 1484. Stavolta, a opporsi
al suo dilagare, furono insieme Firenze, Milano e Napoli: Venezia dovette piegarsi a firmare la pace di
Bagnolo (1484), che le fece tuttavia guadagnare il Polesine di Rovigo. Nellanno successivo, il 1485, il
papa Innocenzo Ottavo Cybo (1484-1492) sostenne una congiura dei baroni del Regno di Napoli contro
Ferdinando dAragona; stavolta, a impedire che il conflitto dilagasse, interposero i loro uffici Firenze e
Milano. Il contributo di Lorenzo de Medici alla soluzione dei problemi politici e diplomatici tra 1478 e
1485 fu tale che egli pot esser visto come lago della bilancia della politica dellequilibrio.
La legge promulgata nel settembre del 1484 conferm poi i poteri del Consiglio dei Settanta,
conferendo nel medesimo tempo a quello dei Cento la prerogativa di rinnovare lordine dei Settanta,
senza il consenso delle altre assemblee cittadine: oltre tale concentrazione di potere, momento
culminante e conclusivo di un processo cominciato con Cosimo, allora non era possibile andare.
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Allesterno, daltronde, il prestigio di cui Lorenzo godeva era ormai talmente grande da far
temere ai fiorentini che la sua caduta avrebbe comportato la fine dellindipendenza della citt.
Il Magnifico diveniva in tal modo autorevole consigliere del papa, ottenendone numerosi favori
e prove di amicizia: gli veniva rinnovato il monopolio dellallume della Tolfa; Piero, il suo
primogenito, poteva sposare nel 1488 Alfonsina Orsini; la figlia Maddalena si univa intanto al nipote di
Innocenzo, Franceschetto Cybo; nel 1489, infine, un altro rampollo dei Medici, Giovanni, che il padre
aveva destinato alla carriera ecclesiastica, era promosso cardinale. La decisione presa nel 1490 di
sottrarre al Consiglio dei Settanta lelezione della signoria per concederla a una bala di 17 membri, di
cui Lorenzo stesso entrava a far parte, sembrava preludere a un ulteriore rafforzarsi del potere mediceo,
quando, nel 1492, mentre minacciose nubi si addensavano sulle sorti della penisola, il Magnifico
moriva, ad appena 44 anni. Poco prima, nel 1489, in occasione di nuovi contrasti sorti fra il papa e il re
di Napoli, egli aveva avuto ancora una volta modo di dimostrare la sua lungimiranza, suggerendo a
Innocenzo Ottavo di servirsi della guerra o della diplomazia, ma di non far ricorso in nessun caso a
sovrani stranieri.
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La congiura dellaprile del 1478 aveva davvero segnato una svolta nella carriera del Magnifico: il Machiavelli giunge a sostenere che si era trattato di una svolta positiva, dal momento che, attraverso una terribile crisi e una dura guerra, egli ne era uscito rafforzato e aveva potuto governare la sua citt per i successivi quattordici anni, sino alla fine della sua esistenza, come un principe non incoronato e tuttavia assoluto, al tempo stesso presentandosi come lago della bilancia dItalia.
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Tuttavia, in tutti quegli anni, non aveva mai dimenticato quel 26 aprile 1478. La sua ultima vendetta esplicita, come atto di pubblica giustizia, era stata limpiccagione del Baroncelli alla fine del 1479. Ma Lorenzo era un fiorentino del Medioevo e per lui la vendetta era un sacro dovere donore. Tra il febbraio e il marzo del 1482 era perfino riuscito a mettere le mani sullumanista Cola Montano, a torto o a ragione considerato lispiratore della congiura dei Pazzi. In realt egli, inesausto lodatore delle antiche virt repubblicane, era stato piuttosto allorigine del tirannicidio di Galeazzo Maria Sforza, del resto despota feroce e fedele amico del Magnifico; inoltre, Cola era comunque al servizio dellodiato Girolamo Riario. Ce nera abbastanza per farlo impiccare alle solite finestre del Bargello, il che appunto accadde.
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Al mosaico della vendetta mancava tuttavia ancora una tessera: ed era la fondamentale. Dei veri promotori della congiura che lo aveva messo in pericolo e gli aveva portato via il fratello Giuliano, dopo che Francesco de Pazzi e Francesco Salviati erano stati puniti subito e il pi accanito esecutore materiale, il Baroncelli, poco dopo, ne restava ancora uno: appunto il conte Girolamo Riario, signore dImola, al quale era stata accordata anche la citt di Forl.
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E fu proprio qui che, esattamente dieci anni dopo la congiura dei Pazzi, nellaprile del 1488, egli fu pugnalato a morte e quindi gettato nudo nella piazza sottostante il suo palazzo, in bala della folla infuriata. Nessun dubbio che i congiurati contro il Riario, due fratelli della famiglia Orsi, fossero agenti prezzolati di Lorenzo. Come ricorda Lauro Martines allinizio del suo famoso saggio dedicato appunto alla congiura dei Pazzi, la vendetta, si dice,  un piatto che si consuma freddo16.
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FINE.
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NOTE.
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1. Confronta L. Ricciardi, Col senno, col tesoro e colla lancia, Le Lettere, Firenze 1992; F. Cardini, Armeggiar di notte, in Id., Lacciar de cavalieri, Le Lettere, Firenze 1997, pp. 123-31.
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2. Confronta G. Cherubini, G. Fanelli (a cura di), Il palazzo Medici-Riccardi di Firenze, Giunti, Firenze 1990.
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3. Confronta S. Raveggi, Storia di una leggenda: Pazzo de Pazzi e le pietre del Santo Sepolcro, in S. Agnoletti, L. Mantelli (a cura di), I fiorentini alle crociate, Edizioni della Meridiana, Firenze 2007, pp. 22-44.
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4 Confronta J. Favier, Le roi Ren, Fayard, Paris 2008, pp. 103-105, 189, 253-54, 373-74, 415-16.
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5 Confronta G. Salvemini, La dignit cavalleresca nel comune di Firenze e altri saggi, a cura di E. Sestan, Feltrinelli, Milano 1972, p. 191.
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6 Alessandra Macinghi Strozzi, Lettere di una gentildonna fiorentina del secolo XV ai figliuoli esuli, pubblicate da C. Guasti, Sansoni, Firenze 1877 (rist. anast. ivi, Licosa, 1972), lettera 23, p. 256.
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7 Lorenzo de Medici, Lettere, vol. II, 1474-1478, a cura di R. Fubini, Giunti-Barbera, Firenze 1977, lettera 201, pp. 123-25.
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8 Archivio di Stato di Firenze, Mediceo avanti il Principato, 30, 1979, cit. in Lorenzo de Medici, Lettere cit., p. 125.
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9 Lorenzo de Medici, Lettere cit.
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10 Molte sono le lettere, i libri di memoria e le cronache attingendo ai quali si possono avere notizie della congiura dei Pazzi. Fondamentale, e se prudentemente interpretata anche per molti versi attendibile,  la confessione di Giovanni Battista da Montesecco, per la quale Confronta qui la nota successiva. Classica la narrazione di Agnolo Poliziano, Pactianae coniurationis commentarium (Della congiura dei Pazzi, a cura di A. Perosa, Antenore, Padova 1958).
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Il Poliziano, nato a Montepulciano nel 1454, venne accolto nel 1473 in casa Medici e due anni dopo Lorenzo gli affid listruzione dei figli Piero e Giovanni (poi divenuto papa Leone X). Priore della collegiata di San Paolo, fine umanista, egli assist come testimone oculare ai terribili eventi del 26 aprile 1478; interruppe quindi il suo poema in volgare Stanze per la giostra del magnifico Giuliano di Piero de Medici, che avrebbe dovuto celebrare la vittoria conseguita nel 1475 da Giuliano in una giostra, un gioco darmi cavalleresco, a causa della morte di colui al quale esso era dedicato. Tra il maggio e lagosto del 1478 redasse il suo Commentarium, largamente ispirato al De Catilinae coniuratione di Sallustio, che tratta della congiura di Catilina nel 63 a.C. contro Cicerone, non senza qualche reminiscenza della narrazione dellattentato a Cesare delle idi di marzo del 44 a.C. e ferocemente avverso ai Pazzi, descritti, essi e i loro compiti, come violenti, viziosi e faziosi; mentre, forse dietro indicazione di Lorenzo, si evitava accuratamente di alludere al coinvolgimento del papa e di Girolamo Riario o di altri.
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Lopera fu immediatamente pubblicata a stampa e ristampata ben due volte, tra 1480 e 1482, e rappresenta uno dei primi esempi di come la nuova arte di Gutenberg stesse mutando anche i costumi e le tecniche di propaganda. Tuttavia, qualcosa non  chiaro nellatteggiamento del Poliziano, che nel 1479 abbandon Firenze per ragioni su cui non si  mai fatta piena luce: fu a Venezia, a Verona, a Mantova dove fu accolto dal cardinale Francesco Gonzaga e complet nel 1480 la sua celebre opera teatrale, La favola dOrfeo. A Mantova ricevette linvito di Lorenzo a rientrare in Firenze e fu nominato professore nello Studio, luniversit. Non  del tutto escluso che i suoi rapporti damicizia con qualcuno coinvolto nella congiura abbiano causato, nello scandalo provocato da quellevento, il pur breve periodo di lontananza da Firenze.
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I cronisti fiorentini degli ultimi due decenni del secolo si occupano tutti della congiura. Cos Piero di Marco Parenti, Storia fiorentina, a cura di A. Matucci, Le Monnier, Firenze 1994, e Luca Landucci, Diario Fiorentino dal 1450 al 1516, a cura di I. del Badia, nuova ed., Prefazione di A. Lanza, Sansoni, Firenze 1985. Vi sono anche cronisti ancora inediti, come il resoconto del medico Giusto Giusti, filomediceo, custodito nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Ms. II.II.127, utilizzato da Lauro Martines per i suoi studi sulla congiura dei Pazzi dietro indicazione della dott.ssa Rita Maria Comanducci. Scritti doccasione o poemetti composti sul momento, e magari stampati come fogli volanti, sono raccolti in F. Flamini, Versi in morte di Giuliano de Medici, 1478, in Il Propugnatore, n.s., 2, 1889, pp. 315-34.
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Ma naturalmente non si pu prescindere dalla narrazione di Niccol Machiavelli, che della congiura parl nelle sue Istorie
fiorentine, completate nel 1524 e dedicate a papa Clemente Settimo, cio a Giuliano de Medici, figlio illegittimo di quel Giuliano chera stato ucciso nella congiura. Il Machiavelli pot servirsi anche di testi che non conosciamo, forse di testimonianze dirette (scriveva circa quarantanni dopo i fatti, ma era novenne al tempo della congiura e poteva aver raccolto molte voci).
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Egli era inoltre da poco e con fatica rientrato nelle grazie del potere mediceo: e, sia perch continuava ad essere forse un po sospetto in quanto discendente duna famiglia dalla fama, sia pur moderatamente antimedicea, e soprattutto perch aveva ricoperto incarichi pubblici al tempo della repubblica, tra 1498 e 1512, non poteva certo esprimersi con assoluta obiettivit sui fatti del 1478. Tuttavia mantenne una notevole indipendenza di giudizio; e la sua condanna delle congiure come strumento politico devesser considerata frutto del suo pensiero storico e politologico, non sintomo dun qualche servilismo nei confronti dei Medici.
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Il suo pensiero sulle congiure appare del resto gi compiuto sia nel Principe, sia nella Vita di Castruccio Castracani da Lucca, sia nel capitolo che egli dedica loro nei Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio, redatti tra 1513 e 1521. Un altro testo importante  quello di Francesco Guicciardini, che narr la congiura del 1478 nelle sue Storie fiorentine, redatte probabilmente nel 1509 ma pubblicate solo nel 1859. Il Guicciardini si trovava in una situazione delicata, in quanto proveniente da una famiglia chera sempre stata in buoni rapporti con i Medici; daltra parte suo padre Piero si era legato piuttosto strettamente al Savonarola, e Francesco stesso nel 1508 aveva sposato una Salviati, della stessa famiglia del Francesco congiurato del 1478 (ma si trattava dun casato imparentato con gli stessi Medici). Poteva aver quindi da sfruttare molte memorie anche familiari sullaccaduto.
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11 Confessione di Giovan Batista da Montesecco relativa alla Congiura de Pazzi, pubblicata in G. Capponi, Storia della repubblica di Firenze, nuova ed., vol. II, Melita, La Spezia 1990, pp. 509-20; nella stessa sede, pp. 520-23,  pubblicata anche la testimonianza sullo stesso argomento di Filippo di Matteo Strozzi.
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12 Figlio di Poggio e della Vaggia de Buondelmonti, Jacopo era nato nel 1442; aveva tradotto e pubblicato nel 76 a Venezia le Historiae Florentini populi del padre, dedicandole a Federico dUrbino (Confronta Poggio Bracciolini, Historia fiorentina tradotta da Iacopo suo figlio, Presentazione di E. Garin, Calosci, Cortona 2004).
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13 Per cui Confronta ora G. Lazzi, P. Ventrone, Simonetta Vespucci. La nascita della Venere fiorentina, Polistampa, Firenze 2007.
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14 Confronta F. Babinger, Maometto il Conquistatore, nuova ed., Einaudi, Torino 1967, pp. 419-20, dov riprodotto anche il celebre disegno conservato a Bayonne che raffigura il Baroncelli impiccato.
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15 Confronta ora, per questo, H. Houben (a cura di), La conquista turca di Otranto (1480) tra storia e mito, 2 voll., Congedo, Galatina 2008.
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16 L. Martines, La congiura dei Pazzi, nuova ed., Mondadori, Milano 2005, p. 9. Oltre a questa sintesi magistrale e fondamentale, sul piano dei lavori di grande respiro pi recenti J. Heers, Le clan des Mdicis, Perrin, Paris 2008, offre una panoramica del rapporto tra citt di Firenze e famiglia dei Medici dal 13esimo al 15esimo secolo. Indispensabile anche N. Rubinstein, Il governo di Firenze sotto i Medici (1434-1494), nuova ed. a cura di G. Ciappelli, La Nuova Italia-Rizzoli, Milano-Firenze 1999, da accompagnare per una veduta dinsieme a G.A. Brucker, Firenze nel Rinascimento, La Nuova Italia,
Firenze 1980. Per la complessa situazione politica e diplomatica dellItalia al tempo della congiura, Confronta R. Fubini, Italia quattrocentesca. Politica e diplomazia nellet di Lorenzo il Magnifico, Franco Angeli, Milano 1994.
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Sempre del Fubini, molto importante il capitolo Congiure e Stato nel secolo 15esimo, in Id., Quattrocento fiorentino. Politica diplomazia cultura, Pacini, Pisa 1996, pp. 141-57, dove tuttavia la congiura dei Pazzi non  oggetto di specifico esame (ma restano importanti le indicazioni metodologiche e i riferimenti al periodo). Su Lorenzo e la sua politica in generale, utile il volume di pi autori, Lorenzo il Magnifico e il suo mondo, a cura di G.C. Garfagnini, Olschki, Firenze 1992.
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Non troppo ampia, in fondo, la letteratura sulla congiura in quanto tale: le due opere generali di riferimento sono H. Acton, The Plot against the Medici, London 1979, e Martines, La congiura cit., oltre a un lucido saggio di R. Fubini, La congiura dei Pazzi, in B. Toscani (a cura di), Lorenzo de Medici: New Perspective, Lang, New York 1993. Ad essi si pu aggiungere un bel libro che tratta di un episodio particolare della guerra che segu alla congiura: M. Barsacchi, Cacciate Lorenzo! La guerra dei Pazzi e lassedio di Colle Val dElsa (1478-1479), Protagon, Siena 2007. M. Simonetta, Il Rinascimento segreto: il mondo del segretario da Petrarca a Machiavelli, Franco Angeli, Milano 2004, riferisce di una lettera cifrata conservata nellarchivio Ubaldini di Urbino e decifrata alla luce di un trattatello di Cicco Simonetta, il celebre cancelliere sforzesco: in essa Federico da Montefeltro duca dUrbino, scrivendo nel febbraio del 1478 ai suoi ambasciatori a Roma, si paleserebbe come uno dei principali protagonisti della congiura contro Lorenzo.
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